DAL GIORNALINO "SEMPLICEMENTE INSIEME"

NELLE PAROLE LA STORIA

 

 

nelle parole la storia
(terza parte)
di dora gina barbarulo

 

La maggior parte delle parole castelvetresi, come si č gią visto, conserva nell’etimologia radici e suoni della lingua latina, perciņ, continuando nell’indagine, si puņ scoprire quanto siano stati determinanti il dominio e la civiltą che il popolo di Roma impose nelle terre conquistate.

Nel Sannio per alcuni aspetti Roma fu essa stessa influenzata dai Sanniti: basti pensare agli aspetti religiosi e alle pratiche divinatorie che spesso si intrecciavano; si potevano, infatti, riscontrare numerose analogie, come la devotio e il devotus,il “consacrato” a una divinitą, forse con la sua famiglia e i suoi beni.

Dėvņtė e dėvuzionė, parole del dialetto castelvetrese, ci immettono nell’usanza di questo paese e di altri nel Sannio, di “consacrare” alcune persone a Santi (in particolare Sant’Antonio) e alla Vergine, indossando a volte lo scapolare e l’abito specifico, che per Sant’Antonio deve essere indossato il 1° maggio e portato fino al 13 giugno dell’anno successivo, calcolando 13 mesi e 13 giorni.

Riti propiziatori erano praticati dall’antico popolo romano nei grandi avvenimenti delle famiglie, quali la nascita, il matrimonio e la morte. Alla nascita il bambino veniva riconosciuto dal pater familias; nove giorni dopo avveniva la cerimonia di purificazione e di imposizione del nome; gli veniva appesa al collo la bulla, un grosso ciondolo contenente alcuni amuleti. La bulla si č perpetrata nel tempo e l’usanza, conservata a Castelvetere fino a qualche decennio fa, di cucire sulla camiciola interna del neonato, a contatto con la pelle o appesa al collo, l’abbatinė, ne č la testimonianza. L’abbatinė era un piccolo oggetto a forma di cuore o rettangolare, costruito con un pezzo di stoffa cucito intorno a un pezzo di pelle, per proteggerlo da eventuali bagnature; all’interno conteneva chicchi di grano, chicchi di sale, pezzi di immaginette di Santi, a cui era devota la famiglia, una moneta e nove nodi fatti con filo nero; l’oggetto poteva essere posato solo sul legno o sul letto, perché non doveva mai venire a contatto con il terreno. Erano tutti simboli per invocare la pace o la fortuna, ma erano comunque amuleti contro il malocchio o altra forma di stregoneria. La superstizione e le continue azioni rituali del popolo castelvetrese affondano, quindi, le loro radici in quelle pratiche che l’antico Romano desiderava fare ogni giorno per ingraziarsi le divinitą o placare la loro ira. Nella tradizione tipica castelvetrese č fondamentale considerare che la suocera della puerpera prepari il corredino del neonato. Era un privilegio riservato alla donna (dal Lat. domina, padrona, signora), che aveva anche il privilegio di regalare qualcosa in pił alla bambina che rinnovava il suo nome. Tale privilegio si puņ ricercare nel grande onore in cui era tenuta la moglie nell’antica Roma e alla libertą che le era concessa, non solo nel governo della casa, ma anche nell’educazione dei figli e nella partecipazione alla vita pubblica.

Altra usanza castelvetrese era quella di confortare la partoriente con doni in natura: in una spasė o spņrtė (dal Lat. sportula, piccola sporta piena di viveri)  si ponevano laccettė o tagliulinė (pasta fatta in casa), jaddinė e ņvė [“nu panarė chiinė d’ņvė e nautė chiinė dė vinė, sta malatė Kuncėttinė], il tutto, quasi sempre, finiva nelle mani della vammarė, ostetrica (obstetrix presso i Sanniti era la dea del parto felice).

In occasione delle nozze nell’antica Roma si celebravano probabilmente cerimonie religiose, per favorire la fertilitą e la buona fortuna. Riti augurali e propiziatori venivano eseguiti nel passato a Castelvetere nei giorni che precedevano le nozze, in quello del matrimonio e nei giorni successivi. Tali momenti spesso venivano immortalati con detti o frizzi pungenti e scherzosi, che servivano ad allietare i giorni di festa. L’usanza affonda le sue radici nei Fescennini, rozze rappresentazioni agresti, condite di motteggi, che i Romani appresero dagli Etruschi, ma che utilizzarono, poi, solo in occasione di nozze, quando all’indirizzo degli sposi gli invitati lanciavano salaci espressioni. I superstiziosi Romani ritenevano che tali rappresentazioni servissero a tenere lontano il malocchio. Tra i detti antichi castelvetresi si possono ricordare i seguenti:

Ki pa rrņbbė a bruttė zė pigghiė, va pė mčtė ranė č mčtė pagghiė.

 

Fémmėnė, pė rėkupėrė tė tčnkė, qwannė nėn ajė a ndo i, da tč mė nė včnkė.

 

Ki tč mugghičra bčddė sčmbė kantė, …

 

I maritė so sérpė dė kannitė, a nņttė t’abbraccėnė č u jornė tė spėtaccėnė.

 

Na sėttėmanė kņrė a kņrė, na sėttemanė kulė a kulė, tuttė u réstė a kawėcė nkulė.

 

Frizzi e lazzi erano indirizzati anche ai rapporti tra suocera e nuora:

 

Tra a dņnnė č a nņrė u diawėlė cė lavorė.

 

A dņnnė mankė a Madņnnė a ulčttė.

 

Come si č detto, la dņnna era la padrona (domina) della casa, di cui la sposa entrava a far parte, dopo che insieme allo sposo era stata benedetta dai genitori di entrambi e riceveva dalla suocera una collana d’oro. Anche presso gli antichi Romani la sposa era accolta dalla suocera.

Il rito funebre, oltre a una forma di purificazione, presso i Sanniti, comprendeva anche un banchetto funebre: kunzolė č il pranzo funebre, che ancora nei nostri tempi si usa fare a Castelvetere e dintorni, tra i parenti del defunto, nel giorno del decesso, quando c’č u mortė a tawėlė (Lat. tabula) e nei sette giorni successivi, per kunzulą (confortare, consolare) i familiari del morto.

Vari riti propiziatori erano celebrati durante le festivitą dell’anno agricolo e pastorale: per propiziare il raccolto, i Romani preparavano feste per la semina, per la mietitura e per la potatura della vite. Anche a Castelvetere il tempo della metčnnė (mietitura) era nel passato un momento importante dell’anno. La mietitura era meticolosamente curata e organizzata: il mėtėtorė insieme ad altri si recava dapprima in Puglia a mietere in quei luoghi, … č jutė a Pugghiė a mčtė č u rėtornė nėn zė sa …poi ritornava nei nostri campi, che confinano con il territorio pugliese, sempre mietendo, seguendo l’antėnčrė (Lat. ante, prima), cioč colui che precedeva e guidava il gruppo dei mietitori, cui spettava una pčzzė dė kachė durante u kapėcanalė, che era il banchetto a base di agnello o pecora, che si teneva a conclusione da mėtčnnė.

Altri periodi della vita agreste sono presenti tra i detti popolari castelvetresi:

U lasconė jégnė u kascionė.

 

O moddė o sciuttė, pė Santė Lukė zė sumčntė tuttė.

 

Acqwė dė lugliė a vignė ‘nzėbbugliė.

 

Sė chiovė nd’austė, ogghiė, mčlė č mustė.

 

Interessante č considerare come nella denominazione dei mesi dell’anno nel dialetto castelvetrese č stata conservata la fonologia latina: austė da Augustus, il nome dato in onore di Ottaviano Augusto all’ottavo mese dell’anno, che per i Romani iniziava con il mese dedicato a Marte, o a Mamerte per i Sanniti, il nostro mese di marzo; jėnnarė da Ianuarius (antico aggettivo tratto da Ianus, indicante il mese di Giano).

A včcchiė ndė jėnnarė jčttė pė spikė.     (continua)

 

Per informazioni ci si puo' rivolgere all'Autore per e-mail all'indirizzo: elio.bontempo@castelvetrese.it.

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