DAL GIORNALINO "SEMPLICEMENTE INSIEME

NELLE PAROLE LA STORIA (QUARTA PARTE)

nelle parole la storia (quarta parte)

di dora gina barbarulo

 

Durante l’espansione romana molti territori furono teatri di lotte e di guerre fra dominatori, che si contendevano i luoghi fertili e ubertosi dell’Italia, soprattutto di quella meridionale e in particolare della Campania (Campania felix).

Nel periodo tra il 270 e il 220 a.C. i Sanniti vissero in pace, anche perché i Romani si accorsero che potevano fidarsi delle aristocrazie locali e potevano anche contare su un numero consistente di uomini da mobilitare in caso di invasioni straniere. Del Sannita guerriero è testimonianza anche il ritrovamento di una tomba e di resti di corredo funerario, rinvenuta nel territorio di Baselice, forse terra natale di quel soldato che probabilmente aveva combattuto anche per i Romani. I resti di quel corredo funerario, consistente in monete d’argento e oggetti di bronzo, si possono ammirare nel Museo del Sannio di Benevento. Nello stesso Museo, però, non si può ammirare ciò che è stato ritrovato nel territorio castelvetrese, in epoche diverse, come monete d’oro e oggetti in bronzo, quale un Ercole, testimonianza del culto di tale divinità nei luoghi e lungo le vie di traffico commerciale e di transito delle greggi. Ma i Romani si accorsero anche che, per conquistare le terre sannite con successo e sottomettere le popolazioni, bastava devastare i campi e distruggere i villaggi, perché il Sannita, poco incline al commercio, ricavava il suo sostentamento solo dalla terra.

Numerosi pagi erano disseminati nel territorio occupato dai Sanniti, come ancora ci dicono i nomi di paesi sanniti contenenti la parola pago, quali il vicino Castelpagano e il più lontano Pago Veiano. Il pagus era una piccola unità amministrativa di estensione variabile, che poteva includere: nelle zone pianeggianti, uno o più insediamenti, villaggi circondati non da mura ma da palizzate (vici), o, nelle zone di montagna, cittadelle circondate da mura utili come rifugi (oppida, castella).

Il nome Castelvetere è il risultato italiano di castrum vetus, che significa vecchio castello; ciò fa supporre l’esistenza di un castrum (castello, piazzaforte, fortezza, paese fortificato), che era per i Sanniti e poi per i Romani un utile rifugio. “Castello” è denominata la parte più antica e più alta del paese. È un luogo caratteristico per i suoi vicoli, fatti a scale, disposti a raggi, tutti confluenti nel luogo in cui ancora oggi si possono vedere i resti di una torre circolare di origine romana, che dominava tutta la vallata circostante: la vallata che fa da corona al fiume Fortore. È propria questa caratteristica che completa il nome del paese: Castelvetere in Val Fortore.

Il Fortore, chiamato Frento, ma anche Fertor dai Romani, nasce come un piccolo torrente presso le falde di Monte Falcone, dal colle Difesa di San Luca, in provincia di Benevento e scorre quasi sempre in direzione Sud-Nord. Scende dal versante orientale dell’Appennino sannita e percorre il territorio campano, molisano e pugliese per circa 86 chilometri, ricevendo le acque di alcuni torrenti, quali il Cervaro, che scorre anche in territorio castelvetrese; sfocia nell’Adriatico al margine settentrionale del Gargano, presso il lago di Lesina.

C’è chi sostiene che probabilmente sulle rive del Fortore si sia recato Annibale agli inizi dell’estate del 216 a.C., verso la fine di giugno, due anni dopo lo scoppio della Seconda Guerra Punica, e abbia combattuto lì la battaglia, che portò alla rovinosa sconfitta dei Romani, e non a Canne, la cittadina tra Barletta e Canosa in provincia di Bari, oltre l’Ofanto. La tesi è avvalorata dal fatto che Annibale, da abile stratega, nel suo intento di sottomettere la potenza di Roma, abbia scelto i luoghi più adatti e favorevoli per simulazioni, per nascondere la cavalleria e colpire di sorpresa. Il Fortore era il posto ideale per porre il suo campo, poiché si poteva avere sempre l’acqua a sufficienza, il vento alle spalle e il sole a favore, tutte condizioni non riscontrabili nella sede che comunemente è considerata il luogo della Battaglia di Canne.

Tito Livio nel XXII libro della “Storia di Roma dalla sua fondazione” racconta che Annibale, nel suo progetto di sottomettere la potenza di Roma e il suo dominio sul Mediterraneo, iniziò l’invasione dell’Italia con l’intento non di distruggere Roma ma giungere con essa a patti. Coinvolse i Galli, che avevano in odio Roma, e pensava di scatenare una ribellione dei popoli del centro-sud, fra cui i Sanniti Pentri. Costoro, pur odiando i Romani, rimasero loro fedeli e si unirono per cacciare l’”invasore” straniero. Annibale puntò sul Sannio, sperando di ottenere quanto desiderato. Nelle zone di confine con l’Apulia si impadronì di oppida o castella, che trasformò in depositi di approvvigionamento, attraversando il territorio irpino, devastando e distruggendo ogni cosa.Lo scontro decisivo, quindi, si ebbe in quella località, che in tutti i libri di Storia è denominata Canne, anche se la sua ubicazione è controversa. Testimonianza di quella battaglia sono i nomi che si incontrano nella toponomastica dei luoghi che si trovavano intorno ai due campi, il romano e il cartaginese, posti tutt’intorno al fiume, sia sulla riva destra sia sulla riva sinistra. Nelle zone attraversate dal fiume Fortore e dai suoi affluenti numerosi sono i toponimi, come “Difese”, “Cese”, “Colli della Guardia”. Nella toponomastica delle contrade castelvetresi troviamo “Cèsë” e “Wardjanirë”, ma anche altri nomi che richiamano la presenza romana, come “Kòllë Jënnarë”, “Kòllë Janirë”, “Kòrë Jënnarë”, “Kupë Vëddanë”, “Maitinë”, “Mërlinë”, “A Mòrgë”, “Funtanë di Lèncë”, “Kruceddë”, “Fontë Karrafonë”, “Funtanë dë Santë Martinë”, “Pësketë”, “Toppë sottë i murë”, “Vannë da torrë” e tanti altri con etimologia sconosciuta. Sicuramente si avrebbero certezze, qualora ci fossero ritrovamenti.

Ritornando alla battaglia che decise le sorti tra Romani e Cartaginesi, bisogna dire che vi fu un fattore che influì in modo determinante: il vento. Livio racconta che in quel luogo il vento locale, che gli abitanti chiamavano “volturno”, si levò in direzione contraria ai Romani, sollevando un gran polverone proprio contro i loro visi e tolse ad essi la possibilità di vedere. Numerose furono le perdite dall’una e dall’altra parte, ma intorno ad Annibale si schierarono tutti i comandanti.

Il vento è lo “scirocco”, in Castelvetrese “faugnë” (Lat. favonius), che solleva nubi di polvere ed è imprevedibile. A Castelvetere in particolare, quando soffia, soffia forte, di notte e di giorno, senza interruzione, d’estate e d’inverno; è un vento che ferma mentre si cammina; è caldo nella stagione estiva, forte e freddo nel periodo invernale; avvolgente in modo contrastante, crea mulinelli e d’inverno accumuli di neve detti “refënë”. Quando il vento forte soffia da nord è detto anche “scorciacrapë” o “rëcciarolë” dal nome del paese confinante, in Molise, Riccia (CB).

 

Menë nu zëffunnë dë ventë

 

Faugnë, ugnë e magnë.

 

Le guerre puniche e le varie attività belliche romane videro sempre la partecipazione dei Sanniti e ciò contribuì alla propria romanizzazione. Non mancarono, però , altri sistemi per modificare le strutture socio-economiche tradizionali dei luoghi conquistati dai Romani: fra essi vi fu la pratica di mescolare la popolazione dell’Italia, pratica attuata soprattutto per eliminare focolai di sentimenti antiromani. Il Sannio fu particolarmente interessato dal fenomeno: nel 180 a.C. i Liguri Apuani, in 47.000, vennero forzatamente trasferiti. Furono distinti in due gruppi: Ligures Baebiani e Ligures Cornelianes, dal nome dei due proconsoli, M. Baebius Tamphilus e P. Cornelius Cethegus, incaricati del loro trasferimento, in area irpina, nell’ager Taurasinorum, in località Macchia, presso Circello (BN) e in località Castelmagno, presso San Bartolomeo in Galdo (BN).

Interessante è osservare il tipico cognome castelvetrese “Bibbò” e la “Via Bebiana”, che collega Circello, Colle Sannita e Castelvetere, nomi che ricordano il nome del paese Bibbona, in provincia di Livorno, e il nome del proconsole Baebius. “Bibbona” era , fino agli ultimi decenni del 1800, il cognome di tante famiglie castelvetresi, che attualmente portano il cognome di “Bibbò”.                  (continua)

 

 

Per informazioni ci si puo' rivolgere all'Autore per e-mail all'indirizzo: elio.bontempo@castelvetrese.it.

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