DAL GIORNALINO "SEMPLICEMENTE INSIEME"

NELLE PAROLE LA STORIA

nelle parole la storia
di dora gina barbarulo

(quinta parte)

 

Si è detto in precedenza come le terre sannite furono interessate dal fenomeno della deportazione in massa di genti provenienti da altre terre italiche conquistate dai Romani. Per editto i Liguri furono trasportati dai monti Anido, nelle Alpi Apuane, con le mogli, i figli e ogni loro roba. Furono raccolti dapprima in 40.000 e fu data loro la somma di 150.000 sesterzi per comprare le cose di cui avevano bisogno nelle nuove abitazioni; successivamente, nello stesso anno, i Liguri furono attaccati di nuovo dal console Fulvio Flacco. Si arresero e in 7.000 furono fatti salire su navi, che, costeggiando la Toscana, giunsero a Napoli; di lì furono introdotti nel Sannio,  dove ebbero terre da coltivare, insieme agli altri che già vi si erano stanziati. Non ci sono notizie certe, se essi costituissero un unico centro urbano, ma il nome plurale “Ligures Baebiani” e l’osservazione delle tradizioni dei Liguri Apuani fanno ipotizzare un unico sistema di insediamento rurale caratterizzato da piccoli villaggi sparsi. A prova di ciò oggi si può considerare l’esistenza di quei piccoli nuclei abitativi sparsi nelle nostre campagne e che comunemente sono denominati “contrade”.

Dai ritrovamenti che ci sono stati nella zona di Macchia di Circello (BN)si è identificata lì la città dei Liguri Bebiani, ma non si sa dove si siano stanziati i Liguri Corneliani; alcuni sostengono che essi si siano stabiliti in una località vicino a Castelvetere in Val Fortore (sicuramente Castelmagno).

I “Ligures”, stanziati nelle nostre terre, vissero sempre poveri, tanto che l’imperatore Traiano nel 101 d.C. istituì una fondazione alimentare per sostentare i fanciulli bisognosi delle comunità coinvolte. L’importante scoperta archeologica della Tabula Alimentaria, avvenuta nel 1831 in contrada Macchia di Circello, ha dato la possibilità di conoscere le modalità di attuazione del provvedimento. Sulla lastra di bronzo, che misura 1230 mm per 1740 mm, per 8 mm ca e pesa kg 22,500, si trova inciso un lungo elenco di proprietari fondiari e registra le tenute agricole offerte in garanzia alla sottoscrizione di un credito, erogato dall’Imperatore a favorevoli condizioni e i cui interessi venivano versati come sussidio “alimentare” ai fanciulli. La Tavola ha dato anche la conferma dell’insediamento dei Liguri Bebiani, ha fatto conoscere la situazione agraria di un’area interna dell’Italia meridionale tra il I e il II secolo d.C. e ha rivelato i nomi di nuclei abitativi (pagi). Tra i nomi dei proprietari, che contribuivano alla fondazione, figurano “Luciano” e “Lupo”, cognomi tipici castelvetresi. Luciano deriva da Lucius e Lupo deriva da Lupus, attribuzione che, insieme ad altri nomi di animali, forse nell’antica Roma veniva data a coloro che erano addetti al mestiere delle armi. Nella Tavola alimentare si fa anche riferimento a presenza di macchie e di boschi di querce importanti per l’economia locale; così i nomi di alcuni luoghi castelvetresi: Macchia, Arjë di macchië, Lëcinë.

Si è detto della via Bebiana: essa era un ramo di quella Via Appia, che, passando per Benevento, nei pressi del luogo dove si può ancora ammirare, nella sua interezza e nel suo splendore, l’Arco Traiano, proseguiva poi col nome di Traiana Appia verso Buonalbergo (BN) e Volturara (FG) fino a Brindisi. In quel luogo, cioè nei pressi dell’Arco Traiano, si fermò nel 37 a.C. il poeta Orazio,, che si recava a Brindisi, insieme a Mecenate e Cocceio Nerva, per appianare le controversie tra Antonio e Ottaviano. Il viaggio durò quindici giorni e la sosta a Benevento ci fu l’ottavo giorno. Il poeta racconta che, mentre si preparava la cena in un’osteria, per poco la vecchia cucina non andò in fumo, avendo l’oste cercato di arrostire alcuni tordi; i viandanti affamati, temettero di non poter soddisfare l’appetito, se i tordi si fossero bruciati.

Si potevano scorgere fino a pochi anni fa ai margini delle nostre strade, di tanto in tanto, le grandi pietre cilindriche, che indicavano le miglia (calcolate dal miliarum aureum fatto costruire a Roma da Augusto). Un riferimento al miglio è nel detto castelvetrese:

 

Ndo cë sta na mammë è na figghië, fujjë a nòrë céntë migghië.

 

Modifiche si ebbero, quindi, nel Sannio in seguito alle continue riforme effettuate dai Romani, specialmente nella suddivisione e nella ridistribuzione delle terre dell’ager publicus populi Romani. Sono testimonianza di ciò le grosse pietre che sono state rinvenute nei campi per delimitare i confini: pare che tali pietre si trovassero solo nel Sannio e nell’Italia meridionale. La pratica di delimitare con grosse pietre (kantunë o tèrmënë) i confini tra poderi è giunta fino a noi e ancora oggi esse si possono trovare facilmente nei nostri campi. La parola kantunë richiama subito alla mente il gioco “ai quattro cantoni” (a i qwuattë kantunë), che era il gioco più praticato dai bambini ancora negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.

Già dopo le devastazioni, che Annibale aveva provocato nel Sannio, molti Sanniti furono costretti a emigrare e, poiché le attività romane e non romane spesso si intrecciavano, essi, insieme ad altri uomini d’affari e commercianti, provenienti dall’Italia meridionale, (definiti Italici) si recavano nelle province romane. Con il sistema dei clientes e l’appoggio di un patronus romano, desideroso di prestigio, cercarono di influenzare la vita politica romana. I Sanniti molto debolmente si inserirono nella vita politica di Roma, nel II secolo a.C. attraverso i loro patroni. Gli unici patroni di cui si ha testimonianza, anche se vaga, sono i Fabricii. Il titolo di patronus veniva dato a un generale romano vittorioso sul popolo da lui conquistato. Anche se non ci sono notizie certe sui rapporti tra i Fabrizi e i Sanniti, sicuramente ci fu l’influenza dei Fabrizi almeno nelle nostre zone, se pensiamo al cognome Fabrizio attualmente esistente a Castelvetere.

Il concetto di “padrone”, di un dominatore, ricorre nel tipico gioco di carte “patronë è sottë”, che si usava e si usa fare a Castelvetere e dintorni tra gli avventori di osterie e di bar, in cui il vincitore (patronë) consuma tutta la bevanda messa in posta e il perdente (sottë) sta a guardare, a meno che quest’ultimo non venga invitato dal vincente a decidere se offrire da bere agli altri componenti del gruppo. Spesso, nel passato, si poteva assistere a violenti litigi provocati nell’occasione da latenti risentimenti e favoriti dall’ebbrezza.

Si è visto, dunque, come il conquistatore romano lasciò tracce significative nei luoghi e tra i popoli che cercò di sottomettere e in alcuni casi di eliminare completamente, ma con scarso successo, come tentò di fare il dittatore Silla con i Sanniti durante le campagne militari contro Mario. Il Sannio, però, continuò a essere popolato da molte persone di stirpe sannita e nomi e parole di etimologia osca continuarono a caratterizzare la parlata del Sannio, anche se tale lingua fu declassata a dialetto contadino; il Latino divenne, quindi, la lingua ufficiale usata dappertutto.

Nei primi anni dell’Impero Romano si potevano individuare tra i nomi di persone importanti alcuni di origine sannita, come la gens dei Ponti, cui appartenevano Ponzio Telesino discendente di Gavio Ponzio, proveniente da Telesia (odierna Telese (BN)), vincitore alle Forche Caudine nella Seconda Guerra Sannitica, e una Pontia di Telesia, probabilmente sua parente. Altro Sannita è Ponzio Pilato, il più famoso di tutti i governatori provinciali, prefetto della Giudea dal 26 al 36 d.C.; anche il suo cognome Pilato sembra di origine sabella, trasformato nel Lat. expilatae (saccheggiatore).

Il nome “Ponzia”, utilizzato a Castelvetere nei secoli passati, rimane ancora oggi come soprannome “Ponzëjë”.              (continua)

Per informazioni ci si puo' rivolgere all'Autore per e-mail all'indirizzo: elio.bontempo@castelvetrese.it.

  Torna alla home page

Questa pagina è stata visitata
2102 volte