DAL GIORNALINO "SEMPLICEMENTE INSIEME"

NELLE PAROLE LA STORIA

nelle parole la storia
di dora gina barbarulo

(sesta parte)

 

Quando ci si accinge a voler scrutare ad ogni costo nel presente le tracce del passato, ci si accorge che è difficile stabilire come raccogliere testimonianze e come narrare, in modo più o meno veritiero, ciò che si è fatto e come hanno vissuto e agito gli uomini del passato. Indagando, però, con scrupolosità in quelle “piccole storie” di vita associata, spesso tramandate oralmente, che in vari momenti si sono costruite nelle singole comunità, si riescono a capire concreti nessi tra il vivere nel presente e il passato. Nelle piccole comunità, da sempre, ogni persona, pur agendo individualmente, si è sempre sentita parte della collettività in cui viveva e il suo agire era un continuo interagire con gli altri, come si può capire dalle espressioni dialettali, che ancora oggi persistono, a dispetto di quanti avevano decretato la scomparsa definitiva del dialetto nei primi decenni del terzo millennio.

Se consideriamo le “storie minori” come ampliamento e integrazione della storia nazionale, possiamo ritenere le stesse come fonti, per comprendere come la storia di un popolo si sia snodata e come si sia intrecciata con i grandi avvenimenti. Tuttavia è alquanto difficile stabilire quando si siano conclusi quei processi storici, di cui si è parlato in precedenza, che tanta influenza hanno avuto nello sviluppo dei territori sanniti e in particolare della Val Fortore e delle zone limitrofe.

L’assetto territoriale praticato dai Romani restò immutato nel tempo fino al sopraggiungere di nuove dominazioni, quali i barbari, che cambiarono, non solo la fisionomia di molti territori, con la costruzione di edifici e di mura di protezione dei luoghi, ma anche le usanze e i costumi delle popolazioni. La dominazione romana aveva contribuito alla distribuzione della lingua latina, creando così una “unificazione linguistica” tra i popoli conquistati; ogni popolazione, però, aveva appreso tale lingua in modo diverso a partire dalla sua lingua preesistente, lingua che poi riemerse quando il potere politico dei Romani si indebolì. La stessa cosa accadde per la religione e per i vari riti ad essa connessi; nel Sannio, infatti, quelle pratiche divinatorie che gli antichi Sabelli avevano consolidato si trasformarono, anche a causa degli influssi greci ed etruschi, ma continuarono a mantenere gli antichi fondamenti. Con l’avvento del Cristianesimo e la sua diffusione, anche grazie all’Impero Romano, qui, come altrove, molti di quegli antichi riti furono inglobati nei riti cattolici, non potendo essi essere estirpati, e oggi si possono riscoprire in molte celebrazioni rituali legate a feste religiose istituite per venerare i Santi o la Vergine. L’usanza che c’è nei vari paesi di dedicare alcuni giorni dell’anno a particolari cerimonie religiose ci fa considerare il fatto che nell’Italia arcaica era normale che una divinità fosse legata e appartenesse a una determinata località, anche se non si esclude che le tribù sannitiche avevano alcuni sacra in comune. Ciò era dovuto in gran parte all’organizzazione basata sulla divisione per pagi e, per certi aspetti, il pagus era un’entità religiosa. Alcune divinità erano, poi, venerate solo in certe famiglie. Tracce di tale devozione si possono intravedere a Castelvetere e dintorni nella pratica in uso in alcune famiglie di venerare un Santo in modo particolare, anche con la consacrazione personale allo stesso, come precedentemente si è scritto.

Il concetto di vivere una vita all’insegna della santità si riscontra nel detto:

Kriscë santë ka diajawëlë già cë sì

che si diceva e si dice ancora a un bambino mentre starnutisce, non solo per augurargli una buona salute fisica, ma anche per esorcizzare il male che in ognuno si annida.

La preservazione della famiglia è stato sempre l’obiettivo principale del culto religioso presso i Sanniti, tanto che per procurarsi l’aiuto divino essi celebravano le cerimonie religiose con sacrifici e con offerte in luoghi destinati o al di fuori di essi, in cui si svolgevano processioni sacre con soste presso i numerosi altari che vi erano predisposti. Da tracce rinvenute in molti luoghi del Sannio si è compreso come l’antico popolo sannita sentisse la necessità di creare santuari, che fossero un punto di riferimento e di incontro di più comunità, non solo di quella locale. Testimonianza della frequentazione dei santuari sanniti tra il IV e il I sec. a.C. sono le offerte e gli ex voto in cui trovava espressione l’attività devozionale dei fedeli. Le offerte erano costituite da ceramiche o bronzi che riproducevano testine e piccoli busti femminili o divinità, in specie di Ercole, come quello raffigurato in stato di assalto ritrovato in località Campanaro a Castelvetere; ma le offerte erano costituite anche da oggetti di metallo prezioso. Un’anologia con tale usanza è riscontrabile nell’offerta, che viene fatta nelle nostre zone alle chiese locali, di statue e di oggetti d’oro al Santo patrono o di altri arredi sacri per grazie ricevute. Sempre per grazia ricevuta è usanza a Castelvetere collocare in una nicchia predisposta sulla facciata della casa la statua del Santo elargitore di grazie, cosicché ci si può rivolgere a lui con più familiarità ogni qualvolta si sente di aver bisogno di aiuto; ma è anche un modo per far comprendere che la sua devozione e la grazia ricevuta devono essere conosciute da tutti. A Castelvetere e dintorni un’altra pratica devozionale per affidarsi alla protezione del Santo è quella di preparare per la festa di San Giuseppe alcuni dolci particolari, i kawëzunë, fatti con ceci, miele e pasta sfoglia, che devono consumarsi in famiglia, ma devono anche essere distribuiti a parenti e ad amici pë dëvuzionë; ugualmente si fa con l’accogliere in casa a Madonnë, una teca in legno con l’effigie della Sacra Famiglia. A Castelvetere si dice che il giorno in cui si festeggia San Giuseppe è un giorno vocato per qualsiasi innesto e, poiché si è in prossimità dell’inizio della primavera e le giornate sono più lunghe, mentre si lavora, si sente il bisogno di fare merenda, perciò un detto così recita: San Gësèppë ‘mbrènnë aspèttë.

I santuari dell’antico popolo sannita erano per lo più santuari agresti, dedicati a divinità collegate al mondo agricolo e pastorale; erano gestiti dalle comunità locali, che pagavano per essi la decima, e mantennero nel tempo il loro carattere di culto all’aperto; sorgevano quasi sempre in luoghi in cui c’era presenza di acque sorgive e di boschi, soprattutto di querce (i querceti sono numerosi nel Sannio, come dimostrano i nomi di località, quali Cerce e Circello), ma anche dove c’erano le principali vie di comunicazione.

L’usanza di recarsi in pellegrinaggio nei santuari era molto praticata nelle nostre zone fino agli ultimi decenni del Novecento, quando si era soliti organizzare nei paesi la “compagnia”, cioè un gruppo di devoti, che a piedi e in qualche tratto in pullman si recavano in visita ai santuari di Santa Lucia a Sassinoro, dell’Addolorata a Castelpetroso, a Santa Cristina a Sepino, a San Michele Arcangelo sul Gargano, all’Incoronata di Foggia. È singolare ricordare come il santuario di San Michele e quello di San Nicola di Bari erano considerati dai Castelvetresi mete importanti per il viaggio di nozze degli sposi, che, anche se convolati a nozze in autunno, aspettavano la ricorrenza delle festività dell’8 e del 9 maggio, giorni in cui si festeggiano San Michele e San Nicola, per recarsi in quei luoghi insieme con altre coppie; ritornati, in processione alzavano il pennacchio, procuratosi nel santuario di San Michele, simbolo del Santo.

La primitiva religione dei Sanniti non era completamente diversa da quella di altre popolazioni italiche, anzi in essa si intrecciarono vari filoni, non solo quello romano, ma anche quelli greco ed etrusco. Così come i Romani facevano sacrifici per ingraziarsi gli dèi e avevano giorni per riti diversi, anche i Sanniti celebravano le festività con “giochi”, forse ludi taurei, per favorire la fertilità, e con drammi rituali. Per ingraziarsi gli dèi venivano effettuati processioni presso gli altari, processioni a cui i fedeli partecipavano in direzione opposta a quella del sole. Reminiscenze di tale pratica religiosa si può ancora riscontrare in vari paesi del Sannio nell’usanza di porre lungo le strade percorse dalla processione in onore del Patrono tavoli, detti altarini, presso i quali la statua sosta e le famiglie del rione dànno le loro offerte.

Altra reminiscenza delle primitive cerimonie, fatte anche con offerte al di fuori del luogo destinato alle celebrazioni, sono a Castelvetere la distribuzione dei “panëncéddë dë Santë Nëcòlë”, la processione con cesti  di pane per Sant’Antonio e la raccolta della legna di Sant’Antonio. Diversa è la distribuzione del pane per i due Santi: mentre per Sant’Antonio nel mese di giugno viene distribuito il pane ridotto in pezzi da forme di grossa pezzatura, dette “pagnottë”, per San Nicola nel mese di dicembre il pane viene confezionato a panini, che nel dialetto castelvetrese prendono la denominazione di “panëncéddë”; probabilmente il formato tondeggiante e la piccola pezzatura dovevano servire a rappresentare i semi sparsi durante la stagione della semina appena conclusa, che i Castelvetresi affidavano al loro Santo Protettore, fiduciosi che la loro devozione avrebbe indotto San Nicola a propiziare un raccolto abbondante per il nuovo anno. La raccolta della legna per Sant’Antonio, offerta dai cittadini, è effettuata da devoti del Santo, che la suddividono in “canne”, che sono vendute singolarmente al maggiore offerente nel pomeriggio del 13 giugno.

Altra usanza in voga nella prima metà del Novecento a Castelvetere e dintorni, oggi scomparsa, era quella di dedicare un maiale a Sant’Antonio Abate. Il “porco di Sant’Antonio”, offerto di qualche mese di età da un fedele, circolava tutto l’anno per le vie del paese ed era alimentato da chiunque si trovasse ad ospitarlo nel momento in cui si alimentava il proprio maiale, che allora non mancava mai in nessuna famiglia; esso si distingueva per il cordone tipico del Santo che lo cingeva al dorso ed era venduto all’asta nel giorno di Sant’Antonio Abate il 17 gennaio; il ricavato della sua vendita andava a incrementare la raccolta della questua per i festeggiamenti di metà giugno. È usanza a Castelvetere porre immagini di Sant’Antonio Abate davanti alla stalla e distribuire in pasto a tutti gli animali della stalla il pane di San Nicola in piccoli bocconi.

La devozione a Sant’Antonio è fissata in tanti detti del dialetto castelvetrese:

Sant’Antonë ka barba janka, së nën h’okkë, a névë në mankë.

 

A Sant’Antonë allònkë n’orë.

 

Pë Sant’Antonë ognë puddastrë fa l’ovë.

Da queste tradizioni si evince che per i Sanniti, un popolo di agricoltori, l’unica preoccupazione era quella di accattivarsi la protezione degli dèi della campagna, pratica poi applicata alla devozione per i Santi, il cui culto si propagò nel Medio Evo.

Nei mesi c’erano i dies religiosi dedicati al culto di alcune divinità, le feriae stativae, cioè con ricorrenza a data fissa. Presso i Romani nei giorni festivi (feriae) doveva cessare ogni attività, perché erano considerati giorni nefasti. La parola “ferëjë” del nostro dialetto indica il mercato che si tiene nel giorno della festività dedicata al Santo ed è subentrato nel Medio Evo, quando si diffuse la pratica di istituire mercati per lo scambio di merci. Anche a Castelvetere ci sono giorni festivi, come il giorno dell’Annunziata, considerati utili per effettuare proficue attività agricole, come la semina di ortaggi. Il giorno festivo del 15 agosto, in cui si venera l’Assunta, è considerato nefasto, se non si smette di lavorare anche in casa; si usa dire:

Nën zë méttë mankë nu lavorë a kapë abbijà; zë stutënë purë i furnacë a Cëlènzë.

Una festività dell’anno particolarmente sentita nelle nostre zone è la festa della Candelora, considerata come il giorno della benidizione delle candele; cade il 2 febbraio a metà inverno, perciò nel dialetto castelvetrese c’è il detto:

A Kannëlòre vërnë mézë dintë è mézë fòrë.   (continua)

 

 

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