DAL GIORNALINO "SEMPLICEMENTE INSIEME"

NELLE PAROLE LA STORIA

 

nelle parole la storia
di dora gina barbarulo

 

Continuando a curiosare tra le varie usanze e le feste popolari, ci si accorge che in ogni piccolo o grande paese esse offrono spunti, attraverso riti e gestualitą che spesso si equivalgono dal un luogo all’altro, per poter conoscere meglio il passato e comprendere cosģ come esso continua ad essere vivo e a condizionare per certi aspetti il presente. Č interessante osservare il persistere ancora tra alcuni ceti sociali, in particolare quello contadino, il tenace attaccamento a riti e credenze provenienti, oltre che dal paganesimo romano, soprattutto da quello celtico e germanico. Dappertutto, infatti, nei secoli che siamo soliti chiamare di “decadenza” dell’Impero Romano, quando Roma fu costretta a combattere al suo interno una lotta per la salvezza dal progressivo avanzamento dei barbari, elementi latini e barbari si fusero sotto l’influsso del Cristianesimo.

Nella fase di passaggio dal politeismo al monoteismo, quando il Cristianesimo da religione perseguitata divenne la religione dell’Impero, i riti e le credenze, che avevano in sé elementi magico-religiosi, furono motivo di lotta per la Chiesa Romana, tanto che essa, non riuscendo in alcun modo a eliminare alcune procedure idolatre, finģ per inglobarle; la Chiesa, infatti, mentre da un lato proibiva severamente tali credenze, dall’altro si mostrņ molto tollerante, anche per motivi collegati all’evangelizzazione delle campagne; anzi, il clero intuģ che, attraverso le forme di esorcismi pagani, si poteva facilmente passare ad altre forme rituali, caratterizzati da segni di croce e preghiere, come la benedizione delle campane, dell’acqua, dell’incenso ecc…, durante le cerimonie religiose, per rispondere cosģ al bisogno di sicurezza fortemente sentito in una societą agricola costretta a durissime condizioni di vita. Segni di croce e preghiere, perņ, furono spesso usati dal popolo per esorcizzare il male, che non cessava mai di insidiare il bene, e di ostacolarlo nella sua realizzazione. Nella mentalitą popolare si erano, infatti, infiltrate alcune concezioni filosofiche, derivanti dal contatto del mondo ellenistico e della cultura alessandrina con gli influssi orientali, che consideravano il Bene e il Male due principi, forti entrambi, in eterno conflitto tra loro. Č questa la dottrina diffusa dal Manicheismo del II e III sec. d.C., a cui aderģ in etą giovanile anche Sant’Agostino. Nella lotta, perņ, tra il Bene e il Male il trionfo definitivo spettava sempre al Bene, per questo era necessario ricorrere a riti propiziatori, a formule magiche o, in alcuni casi, a persone magiche, che si ponessero come intermediari e scacciassero con la loro opera gli influssi malefici. Tra i riti propiziatori c’era nel passato nelle nostre zone l’usanza di suonare le campane a distesa per allontanare la tempesta. In molti paesi del Sannio persiste ancora la credenza che, essendo il male sempre in agguato, spesso si puņ essere colpiti dal “malocchio”, se si č guardati con invidia, e ciņ puņ accadere soprattutto ai bambini, se si guarda con ammirazione o simpatia, o se si esprime un complimento, senza accompagnarlo col detto “u bėnėdikė”. Quando ciņ accade e si avverte un improvviso mal di testa, č necessario che qualche persona esperta guarisca il mal capitato con la pratica di “fa l’occhjė”; il guaritore o la guaritrice, dopo essersi fatto il segno della croce,  raccoglie acqua di fonte in un piatto di porcellana bianca, la benedice tre volte recitando il Gloria e l’Ave Maria; fa poi cadere alcune gocce di olio nell’acqua, che, se si espandono, confermano la diagnosi di malocchio. Si pronunciano le seguenti formule magiche:

 

Santė Cosėmė e Damianė chi a rompė e chi a rėsanė.

 

Dujė occhjė m’aducchjatė, tre Santė m’aiutatė, nomė dė Dijė e dė Santa Maria e u malocchjė zė nė va vijė.

Le formule sono ripetute tre volte e sono accompagnate da tre segni di croce; in alcuni casi č necessario ripetere il rituale pił volte.

Era indispensabile fare un segno di croce anche sull’impasto del pane nella madia, accompagnato dall’espressione “criscė santė, Patrė, Fėgljolė e Spirėtė Santė, per auspicare la buona riuscita della panificazione.

Il sacro e il profano, quindi, in un continuo intrecciarsi hanno pervaso per secoli la vita soprattutto di quella gente che era costretta a vivere in situazioni di disagio o per malattie non conosciute e non curabili o per condizioni di miseria e di servilismo verso una categoria privilegiata, quale quella dei signorotti. In un mondo fatto di rassegnazione l’affidarsi a particolari credenze, secondo una sorta di antiche tradizioni, č stato sempre considerato un patrimonio esclusivo da conservare e preservare, anzi, i riti ad esse connessi servivano ad esercitare un certo controllo su quelle forze della natura, intesa, secondo una concezione pagana, come realtą vivente, animata da forze spirituali. La paura della morte, provocata da forze della natura, era nel passato sempre presente. Molto temuto era il morso dell’aspide sordo (wardapassėrė), che facilmente si puņ trovare annidato ancora oggi nelle nostre campagne:

 

Wardapassėrė, o m’accidė, o nėtė cė lassė.

In tempi in cui si era poco attenti all’igiene e alla cura del proprio corpo, anche dei pił piccoli, era frequente che, mentre si lavorava nelle campagne e si portavano con sé i neonati, un serpente infestasse la culla o lo si trovasse addosso alla puerpera dopo che aveva allattato il bambino. Anche in questo caso, come per il malocchio, era necessario che ci fosse un intermediario per allontanarlo con alcune formule di rito e l’invocazione dei Santi; a Castelvetere c’era il ciarawelarė (ciarlatano), dotato di tali poteri, perché nato nella notte del 25 gennaio, ricorrenza di San Paolo.

 

Primė dė vėdé u sėrpčntė chiamė a Santė Paulė.

 

Chi da sčrpė č statė muccėkatė, da lėscčrtėlė tč paurė.

Il serpente, perņ, ha sempre insidiato anche il bestiame nelle stalle; poteva accadere che di notte succhiasse il latte dalle mammelle delle mucche. C’č una cantilena nel dialetto castelvetrese, in cui si fa ricorso anche all’aiuto di San Giorgio, protettore del vicino paese di Colle Sannita, per allontanare il pericolo del serpente incantatore. San Giorgio č un santo molto popolare fin dal Medio Evo come patrono dei cavalieri, della cittą di Genova e dell’Inghilterra; la leggenda lo presenta come guardia del corpo di Diocleziano; il suo gesto pił famoso sarebbe stato la liberazione della figlia di un re dal drago, come appare sempre nelle raffigurazioni. Per analogia la gente del popolo confidava nel suo intervento per la liberazione dal serpente.

 

[…] Sė nė včnė San Giorgė da ddu sonnė č védė quiddu malėdittė sėrpčntė č dissė a Dijė: vujawėtė vėdétė da lu ciélė dė m’aiutą. Rėsponnė l’angėlė da lu ciélė: č jamė San Giorgė kė sa manė a mankė, trėcéntėtridėcė migghijė sa li sbalanzė, č jamė San Giorgė kė sa manė drittė, trėcéntėsėttanta migghijė tė li sbalestrė; sciogghijė lu laccė da ngannė a la dunzčlla, pė cė stakką li vovė da lu sėrpčntė, tré paricchiė dė vovė apparicchiatė nėn zė fėdčnnė dė mņvė la tčstė dė lu sėrpčntė.

 

La superstizione e le pratiche magiche nel passato accompagnavano molti aspetti della vita quotidiana perché erano efficaci a dominare insicurezze e stati di disperazione legati a problemi inerenti la vita e la morte, la salute e la malattia, l’amore e l’odio; erano anche la vera e grande pedagogia che l’umanitą conosceva.

Grande importanza ha avuto, soprattutto nell’Alto Medio Evo, con strascichi fino ai nostri giorni, la credenza nelle streghe (i sdréjė). Il termine deriva da strix (civetta, elfo, gufo).

Gią nell’antichitą si credeva alla stregoneria, che si basava sull’esistenza di esseri soprannaturali dotati di poteri straordinari; molto spesso erano immaginati con sembianze di donne, capaci di svolgere riti malefici o malefici. Per i Romani chi compiva questi riti veniva chiamato maleficus (chi fa del male), veneficus (che reca danni o avvelena). Le streghe erano ritenute capaci di trasformare gli uomini in animali, di ucciderli a distanza, di compiere ogni sorta di male sui bambini; wastą (incantare) si diceva a Castelvetere per indicare tale pratica magica, effettuata da colei che voleva fare del male e c’era poi bisogno di un suo nuovo intervento per effettuare la guarigione; era questa la magia professionale, rivolta ad amorem, ad odium, ad mortem (filtri per fare innamorare, filtri per fare del male e addirittura filtri per far morire).

Nel XIII sec., quando la donna venne rinchiusa nel silenzio della casa o dei monasteri e fu decretata la sua espulsione dal sacerdozio e dal sacro da parte della Chiesa medioevale, la figura della strega appare come una vera e propria anti-religione, tanto che nei secoli successivi fu perseguitata perché considerata al servizio del diavolo e lontana dalla fede e dal culto di Dio. Per avvalorare tale tesi, qualcuno, come č detto nel Malleus maleficarum (Il martello delle streghe), il pił importante trattato-manuale usato dagli inquisitori nei processi di stregoneria tra Cinque e Seicento, fa derivare, inventando false etimologie,  la parola femina dall’espressione latina a fe et minus, nel senso che la donna avrebbe meno fede dell’uomo e quindi sarebbe pił attratta dagli allettamenti di Satana. La strega fu sempre considerata come il capro espiatorio su cui sfogare le tensioni generate dalle angosce e dalle manie di persecuzione della societą; nasce cosģ il “sabba”, l’assemblea rituale di contadini e di servi, con la quale essi reagivano all’oppressione religiosa e sociale della Chiesa e della nobiltą. A tale riunione le donne arrivavano in volo notturno, dopo essersi unte con olio “miracoloso”. Nel Sannio il “sabba” avveniva, secondo la leggenda, a Benevento nei pressi del Ponte Leproso, dove esisteva un noce, intorno al quale si radunavano da tutti i paesi e sicuramente anche da Castelvetere le streghe, come recita il detto conosciuto in tutti i paesi:

 

Sottė acqwė e sotta ventė, sottė a nocė dė Bėnėvéntė.

Per individuare e neutralizzare una strega a Castelvetere si diceva che due uomini dovevano andare a Natale alla messa di mezzanotte vestiti da mietitori, indossando gli strumenti necessari alla mietitura, specialmente oggetti di ferro come la falce, nascosti sotto il cappotto a ruota; bisognava entrare per ultimi, fermarsi vicino all’acquasantiera e aspettare la fine della messa; sicuramente le donne che restavano per ultime in chiesa erano streghe e potevano essere fermate dai mietitori, ai quali dovevano chiedere il permesso per uscire e dovevano promettere loro che non avrebbero fatto del male a nessuno. Il ferro č stato sempre ritenuto un elemento capace di esorcizzare timore o pericolo (si dice “tocca ferro” per fare scongiuri). Il fabbro era considerato gią nell’etą del bronzo portatore di poteri magici e nell’Europa primitiva venivano associate alla lavorazione dei metalli pratiche di magie. Presso i Celti, abili conoscitori della lavorazione dei metalli, la stessa arte del forgiare il ferro aveva proprietą magiche e il “soffio”, usato dal fabbro durante tale operazione, per i Druidi, sacerdoti celti, era simbolo e strumento della loro potenza.

Infine, per esorcizzare la paura nel bambino, ma anche per tenerlo a bada  e rassicurarlo e proteggerlo, la mentalitą popolare aveva “inventato” entitą invisibili eppure presenti, a metą tra il mondo soprannaturale e il mondo terreno, che interferivano con le normali azioni quotidiane. Erano i folletti o spiriti della casa, tra cui “u mazzamurréddė”, ricordato al bambino per incutergli il timore che, se si fosse allontanato dagli adulti, eludendo la loro vigile presenza, gli sarebbe accaduto qualcosa di brutto. Questi modi di pensare e di agire sicuramente erano favoriti dalla precarietą dei beni elementari di vita e dall’incertezza del futuro. Molte ideologie magiche si sviluppavano durante le gravidanze, il parto, l’allattamento, lo svezzamento e si temevano i rischi a cui era sottoposto il bambino nei primi mesi di vita; era tutto in correlazione con l’alto numero di gravidanze, con gli aborti spontanei, con l’alto numero di morti neonatali, con i disturbi che si creavano durante l’allattamento e con la carenza di forme di assistenza per la gestante, per la partoriente, per la madre e per il bambino.            (continua)

Per informazioni ci si puo' rivolgere all'Autore per e-mail all'indirizzo: elio.bontempo@castelvetrese.it.

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